La domanda arriva quasi sempre nello stesso momento: hai appena capito che con una VPN potresti rivedere il telegiornale italiano dal tuo appartamento di Bruxelles, e subito dopo ti chiedi se stai per fare qualcosa di losco. La sensazione nasce dal linguaggio che circonda questi strumenti, tutto tunnel e anonimato, non da come stanno davvero le cose.
Una VPN è legale in Italia e in tutta l’Unione Europea, e non per una tolleranza tacita: è una tecnologia standard, la stessa che qualsiasi azienda usa per far collegare i dipendenti in trasferta ai sistemi interni, la stessa che le pubbliche amministrazioni impiegano per i propri accessi da remoto. Vietarla significherebbe vietare il lavoro a distanza.
Detto questo, la risposta lunga ha tre livelli che vale la pena tenere separati, perché è nella loro confusione che nascono le paure sbagliate. Un avvertimento doveroso: quello che segue è un inquadramento generale e non un parere legale.
Primo livello: lo strumento
Nessuna norma italiana ne vieta l’uso, l’acquisto o l’installazione. Non esiste un registro a cui iscriversi, non serve dichiarare nulla, non ci sono limiti al numero di dispositivi. Lo stesso vale per il resto dell’Unione, dove anzi la cifratura delle comunicazioni è considerata una misura di tutela dei dati personali.
Chi si chiede se NordVPN è legale sta in realtà chiedendo se sia legale una società che vende questo servizio: lo è, come lo sono i suoi concorrenti, e la scelta tra l’uno e l’altro è una questione di qualità e di condizioni contrattuali, non di liceità. Il confronto tra i servizi sta nelle nostre schede.
Secondo livello: quello che ci fai
Qui sta l’unica distinzione che conta davvero. La VPN non trasforma in lecito ciò che lecito non è. Scaricare film da fonti pirata resta illegale con o senza VPN, così come accedere ad account altrui o diffondere contenuti protetti. Chi promette impunità sta vendendo una favola.
All’estremo opposto c’è l’uso che riguarda la maggior parte dei lettori di questo sito: proteggere la connessione su una rete pubblica, accedere al proprio conto corrente italiano, aprire un servizio a cui si è regolarmente abbonati. Nessuna di queste attività è vietata da una norma.
Terzo livello: il contratto che hai firmato senza leggerlo
Tra la legge e le proprie abitudini c’è un terzo piano, quello delle condizioni d’uso delle piattaforme. Molti servizi di streaming vietano espressamente di aggirare le restrizioni geografiche e si riservano il diritto di sospendere l’account di chi lo fa.
Va capito bene cosa significa. Non è un reato: è un inadempimento contrattuale, e la conseguenza prevista sta dentro il contratto stesso. Nella pratica quotidiana quello che succede quasi sempre è molto più banale, cioè il video non parte e compare un messaggio di errore. La piattaforma blocca la riproduzione invece di prendersela con l’utente.
Il motivo di quelle clausole non è punitivo. I diritti di trasmissione si comprano per territorio, e chi ha comprato il diritto di trasmettere in Italia si è impegnato con il titolare dei diritti a non farlo altrove. Il blocco geografico è l’attuazione tecnica di quell’impegno.
La strada che non ha asterischi: la portabilità europea
Esiste un caso in cui non serve aggirare niente, perché è la legge stessa a darti ragione. Il Regolamento UE 2017/1128, in vigore dal 1° aprile 2018, impone ai servizi di contenuti online a pagamento di garantire all’abbonato che si trova temporaneamente in un altro Stato membro l’accesso agli stessi contenuti disponibili nel suo paese di residenza, senza costi aggiuntivi.
I confini di quella tutela vanno letti con attenzione. Vale solo dentro l’Unione Europea, quindi non copre chi si trova in Svizzera, nel Regno Unito o fuori dal continente. Vale solo per le permanenze temporanee: se hai trasferito la residenza e sei iscritto all’AIRE, per il regolamento risiedi fuori dall’Italia e la portabilità non ti riguarda. Per i servizi gratuiti, RaiPlay compresa, l’applicazione è facoltativa per il fornitore.
Se rientri nel caso coperto e il servizio non funziona lo stesso, il primo passo è l’assistenza clienti, non un abbonamento a una VPN.
Se vivi stabilmente all’estero
Chi si è trasferito si trova in una zona che il legislatore europeo non ha coperto: paga un abbonamento italiano, e quell’abbonamento ha valore solo dentro i confini italiani. Non c’è una norma che lo aiuti e non c’è una norma che gli vieti di provare a collegarsi.
Quello che resta è una scelta informata: sapere che si sta agendo su un piano contrattuale, sapere che il rischio concreto è il blocco della riproduzione, e sapere che nessun fornitore può garantire che una piattaforma resti raggiungibile domani. Chi lo promette sta mentendo, e questo vale anche per i servizi che consigliamo noi.
In viaggio, controlla il paese
La legalità dipende da dove sei fisicamente, non da dove ha sede il servizio. Alcuni Stati limitano l’uso delle VPN o lo ammettono solo attraverso fornitori autorizzati: succede in Cina, in Russia, in Iran, negli Emirati Arabi Uniti, in Turchia e in Bielorussia, con regole molto diverse tra loro e in evoluzione continua. Prima di una trasferta in uno di questi paesi vale la pena verificare la situazione aggiornata, perché in alcuni casi le conseguenze non sono soltanto tecniche.
Nel dubbio, disinstallare l’app prima di partire costa meno di qualunque spiegazione da dare in dogana.
Cosa fare adesso
Parti dalla tua situazione. Se sei fuori dall’Italia per un periodo breve e sei dentro l’Unione, chiedi al servizio di applicarti la portabilità: è un tuo diritto e non richiede software. Se invece vivi stabilmente all’estero, valuta lo strumento sapendo cosa fa e cosa non fa, e sceglilo guardando le condizioni contrattuali del fornitore prima delle promesse pubblicitarie.
La recensione di NordVPN è scritta con questo criterio, e la parte operativa sta nella guida all’installazione.